Elogio dell’attesa
Il 30 Giugno è appena passato: tempo di semestrali. Un consuntivo di sei mesi di attese, lunghe e per niente dolci.
Elogio della follia - Erasmo da Rotterdam
Elogio della lentezza - Lamberto Maffei
Elogio dell’imperfezione - Rita Levi Montalcini
Elogio del fallimento - Massimo Recalcati
Elogio dell’ombra - Jorge Louis Borges
Volevo solo scrivere un titolo a questo articolo senza la pretesa di scimmiottare grandi pensatori. Con tale nobile intento, mi sono rivolta a Claude, atteggiandomi a progressista radical-chic e le ho chiesto:
“Cara, sapresti indicarmi chi ha scritto Elogio dell’attesa?”Questa la sua risposta. Iconica. La virgolettiamo perché non è mia (e si sa, sono ossessionata dalla conformità regolamentare) e da qui partirò.
Cara Stefania, se quello che temi è di commettere un plagio, posso dirti che “elogio dell’attesa” è un’espressione di uso comune utilizzata come titolo di numerosi testi. Se hai bisogno di qualcosa di più specifico, dimmi pure. Se hai invece bisogno di un incipit per scrivere un testo, ecco cosa ho trovato:
“L’attesa è lo spazio vitale in cui il desiderio prende forma e la mente elabora l’esperienza. In un’era dominata dalla gratificazione istantanea, riscoprire il tempo sospeso significa difendere la concentrazione, nutrire la pazienza e dare il giusto valore alle cose”.Difficile riassumere i mesi appena trascorsi in maniera più lapidaria.
Sei mesi di attese
Dall’attesa mattutina di un treno per andare a lavoro, all’attesa giornaliera dei figli in uscita da scuola-doposcuola-inglese-palestra-piscina-chitarra-violino-teatri vari-catechismo-disegno-dottore-dentista-varieedeventuali.
Lunghi mesi scanditi da tanta, troppa pioggia e tante, troppe attese con macchine incastrate in tripla fila, telefoni scarichi e chiacchiere, troppe chiacchiere con perfetti sconosciuti.
Sono una finta estroversa. Il che vuol dire che entro ovunque col sorriso e il contatto visivo. Però, eccolo il però: resto in silenzio. Saluto, sorrido e osservo.
Mia mamma, dal canto suo, sentiva sempre il bisogno degli esseri socievoli di rompere il ghiaccio: entrava in un posto e doveva dire per forza qualcosa, riuscendo a trasformare qualunque sala d’attesa in una riunione condominiale.
Io, in perfetta antitesi, alle riunioni condominiali mando l’essere socievole che ho sposato e il ghiaccio non lo rompo: piuttosto lo dipingo con gli acquerelli. Con il sorriso cordiale, preferisco osservarlo dall’alto in religioso silenzio.
Accade talvolta, in alcuni contesti, che io smetta anche di sorridere. Non dobbiamo per forza parlare con tutti. Non dobbiamo per forza essere simpatici a tutti. Non dobbiamo, soprattutto, fingere con tutti.
Infine accade anche che io smetta di guardare. Occhiali da sole e telefono in mano è la mia versione peggiore: quella riservata agli sventurati che mi incrociano dalle 8:25 alle 16:55, pausa pranzo esclusa.
Sei mesi di incastri di agende familiari in perenne rivoluzione
quando il vero mestiere quotidiano non retribuito sembra essere diventato la quadratura degli impegni dei figli.
Sei mesi di treni presi al volo in pausa pranzo
pur di essere presente a questo o a quell’altro evento, impegno, lezione, uscita, incastrandoci pure il cinema con marito, che l’ultima volta che eravamo usciti da soli forse il primo figlio non era nemmeno nei più lontani pensieri.
E in tutto questo affannarsi quotidiano in cui per lo più dimenticavo di respirare col diaframma, si è palesata pian pianino la magia: a un certo punto, mi sono fermata, ho tirato un respiro più lungo del solito, ho smesso di cercare telefoni, pc, libri, chewing gum, sguardi amici riempitivi di silenzi imbarazzanti.
La chiamano mindfulness1, ma come per la meditazione, se mi impongono di praticarla, io rifiuto il pacco e vado avanti.
E invece così, un giorno per caso, smettendo di cercare, ho pian piano scelto di restare.
In me, con me.
E con chi aveva scelto di restare insieme me.
Avrò avuto all’incirca vent’anni e ancora i cellulari si usavano solo per telefonare perché la nostra vita si svolgeva ancora al di fuori di essi, e una delle mie attività preferite era quella di andarmi a sedere in posti dove solitamente si corre: stazioni, fermate degli autobus, aeroporti. Mi sedevo e osservavo le persone. Immaginavo le loro vite, chi fossero, le relazioni tra di loro… scrivevo romanzi nella mia testa. Però tutti senza finale, perché l’unica che restava fino alla fine ero solo io.
In questo esercizio ero lì, presente. Io restavo.
Un giorno però, non so nemmeno quando sia accaduto, tutti abbiamo iniziato a correre: dalla sveglia al mattino alle uscite serali, trasformate anch’esse in staffette ad incastro tra baby sitter e cene stellate lasciate a metà.
Ad un certo punto, ci siamo tutti trasformati in mosche impazzite del periodo di vendemmia.
Corriamo tutto il giorno per finire poi imbottigliati nel traffico: sarà la punizione karmica che dobbiamo subire per esserci dimenticati di fermarci un attimo e prendere respiro.
In questo ciclo interminabile, loro, i miei figli mi hanno regalato di nuovo tempo. Tempo per aspettare e, in quell’attesa, tempo per pensare; tempo per riprendere a respirare.
Le interminabili ore di attesa fuori da piscine, scuole di ballo, dentisti, sono infatti diventate pretesto per avere tempo aggiuntivo, quasi un regalo dell’universo.
Un time out per scrivere nella mia testa il romanzo che non pubblicherò mai; osservare vite in movimento, leggendo dentro i loro pensieri; se è il caso, anche parlare, ma sì!
Siamo talmente entrati negli ingranaggi della società ad alta prestazione che sembra quasi un insulto fermarsi in una panchina per cinquanta lunghissimi minuti aspettando un figlio. Ci sentiamo talmente fuori posto che percepiamo sguardi sconosciuti e ostili appiccicati addosso.
Così, le prime volte inganniamo il tempo controllando quell’e-mail, facendo quel bonifico che avremmo potuto fare l’indomani o riempiamo carrelli virtuali.
In realtà, stiamo solo affaticando neuroni già stremati.
Cosa accade se invece togliamo gli occhiali da sole, riponiamo il telefono e iniziamo a guardarci intorno?
In questi mesi, è accaduto nell’ordine:
ho scoperto di non essere poi così antipatica al prossimo, anche se comunque esistono molti prossimi che stanno antipatici a me e a questa cosa non riesco a trovare una soluzione, anche perché credo che in menopausa non potrò che peggiorare.
Nelle attese, guardando nel vuoto, ho trovato soluzioni innovative a problemi complessi.
Nelle attese, tuttavia, trovo anche nuovi problemi senza soluzione e questa cosa mi fa impazzire.
Nelle attese ho ripreso a camminare senza meta su e giù per il corso con lui, figlio grande, parlando del più e del meno e incrociando il suo sguardo sempre più critico su tutto, soprattutto su di me; dando forma ai non detti di un adolescente che veste ancora i panni di un bambino.
Nelle attese ho letto, studiato e preparato discorsi in inglese. Altra cosa che mi fa impazzire perché non ho ancora capito quando arriverà nella mia vita quel momento in cui io potrò iniziare a vivere di rendita, ma di questo magari scriveremo un’altra volta.
Nell’attesa, ho smesso di nutrire aspettative e speranze in un futuro incerto.
Nelle attese, last but not least, ladies and gentlemen, udite udite, ho fatto amicizia e questa cosa, devo dire, mi ha alquanto sconvolta perché vuol dire che ancora esiste chi va oltre uno sguardo schermato e un sorriso stentato.
Ma se tieni gli occhi curvi su un telefono, come fai a scoprirlo?
Proprio così, nel mio anno più lento, dopo i precedenti trascorsi a vivere nell’emergenza (che poi ti chiedi come hai fatto a vivere di sola ansia senza giungere al capolinea) la cosa più proficua che io abbia potuto fare è stato proprio aspettare i miei figli.
Del resto, è proprio in quest’attesa che credo si materializzi l’amore di un genitore per il figlio adolescente: ci pensiamo a quanto tempo passiamo ad aspettarli?
I più li abbiamo desiderati e aspettati ben prima dei nove mesi canonici in quel pancione. Ma tutti, chi prima chi dopo, finiamo per aspettarli fuori da un concerto, una festa, una discoteca, aspettando di sentire il cuore infinitamente più leggero quando finalmente li vediamo arrivare nella nostra direzione.
Lì, è in quel momento che si concretizza un amore nuovo che sa sempre di tanta innata protezione, ma anche di libertà.
In quell’attesa si impara a restare senza troppe aspettative e il figlio impara a tornare dove sa che qualcuno lo aspetta sempre e comunque. Qualunque cosa accada.
Ecco, nelle mie attese è accaduto tutto questo e molto altro.
E il più delle volte, in realtà, la magia è che, anche quando non accade un bel niente, quando smetti di subire la pressione di dover per forza riempire un silenzio, restate tu e chi ha scelto la tua presenza.
Mindfulness: chest’è!
Alle affinità dell’età adulta con chi ha atteso con me, finendo per attendere insieme a me.
Ai miei figli che ogni giorno mi insegnano l’umile arte di un’attesa priva di aspettative.
Traducibile in italiano come “consapevolezza” o “piena presenza”, è la pratica di prestare attenzione al momento presente in modo intenzionale e non giudicante.

